IL CAPITALE UMANO DI VAN GOGH

25 settembre 2017

Lorena Tumari
Owner Pesceconleali

“Se non si capisce che nel fare i conti bisogna che sia passato per lo meno un po’ di tempo prima di essere certo di aver tirato bene le somme, se non si capisce questo, allora proprio non si è degli economisti.” La riflessione è di Van Gogh, spedita nel gennaio 1888 al fratello Theo. L’artista si trovava ad Arles dove rimase 18 mesi prima del ricovero volontario nel manicomio di Saint Remy. “Una più vasta visione della finanza è proprio la caratteristica di molti economisti moderni. Vale a dire, non ristrettezza di vedute, ma una certa libertà di azione”.

Vincent Van Gogh parlava spesso di denaro e di economia: ringraziava Theo per i soldi ricevuti, ne chiedeva altri per i colori, ragionava sul valore dei suoi quadri, calcolava minuziosamente i costi della vita. Aveva un’idea precisa di quello che era all’epoca il mercato dell’arte: “secondo me, lavorare per il mercato non è precisamente la via giusta; anzi, significa prendere in giro i cultori d’arte”.

Subito dopo il famoso episodio dell’orecchio mutilato, Vincent si preoccupava di rendicontare le spese: “Pagato l’ospedale fr. 21; pagato gli infermieri che mi avevano medicato fr. 10; pagato per far pulire tutto il letto, le lenzuola insanguinate, ecc. fr 12,50. (…) C’è in queste spese qualcosa di stravagante o di esagerato? Se appena sono rientrato ho pagato ciò che era dovuto a gente povera quasi quanto me, ho sbagliato, e avrei potuto economicizzare ancor di più?” Le domande le poneva a Theo, l’unico a finanziare l’attività dell’artista. Van Gogh non ammetteva debiti di nessun tipo: “io renderò i soldi oppure renderò l’anima”. Eppure i quadri restavano invenduti. Gli costavano, come diceva lui, “delle spese straordinarie, talvolta anche di sangue e di cervello” ma “non posso farci niente se i miei quadri non si vendono”. Un quadro, un solo quadro è stato acquistato mentre lui era ancora in vita dall’amica Anna Boch – della famosa dinastia di ceramisti Villeroy & Boch – per 400 franchi: il vigneto rosso.

Ma lui non mollava: comprava tele, colori, pennelli, un tozzo di pane. Investiva su se stesso. Nonostante si accontentasse a fatica dei risultati, riconosceva il valore del suo studio nel disegno e nell’espressività del colore. Ci lavorava, instancabile, giorno e notte. Sapeva cosa stava creando e perché. “Sia nella figura che nel paesaggio vorrei esprimere non malinconia sentimentale ma dolore vero. In breve, voglio fare tali progressi che la gente possa dire delle mie opere: sente profondamente, sente con tenerezza”. Vincent percepiva la potenza dei suoi quadri perché sapeva quanto gli costavano: “verrà il giorno in cui si vedrà che valgono più del prezzo del colore e della vita, anche se molto misera, che ci sto mettendo”.

La sera del 27 luglio 1890 Van Gogh si sparò ad Auvers-sur-Oise, un piccolo borgo a 30 chilometri da Parigi. Il dottor Gachet, suo amico e medico curante, gli rimase accanto per due giorni, fino alla morte. Lo interrogò sui motivi del suicidio ma Vincent non rispose. Alzò le spalle.

Il ritratto del dottor Gachet è l’opera di Van Gogh più pagata in assoluto, venduta nel 1990 per 82,5 milioni di dollari (138 milioni di euro attuali). Ma il valore del capitale umano di tutte le sue opere non ha e mai avrà un prezzo.

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