Le 4 regole per ottenere un buon rendimento

Le principali università americane hanno da sempre un bel gruzzoletto messo da parte.

Esso deriva principalmente dalle numerose donazioni degli ex studenti, diventati facoltosi uomini e donne d’affari.

Ma nel corso degli anni i College Endowments si sono anche auto-alimentati per la capacità delle università nell’investire tale gruzzoletto.

“Eh certo, con contanti cervelloni a disposizione per forza sono riusciti a moltiplicare i pani ed i pesci!” voi direte. Ed avete ragione. Il metodo utilizzato dalle università ha avuto un track record di tutto rispetto ed è oggi ampiamente supportato dalla letteratura finanziaria.

Secondo un articolo che analizza l’attività degli Endowments universitari americani (Chambers, Dimson & Kaffe (2020) Seventy- Five Years of Investing for Future Generations, Financial Analysts Journal), il ritorno medio dei portafogli è stato pari al 6.6% all’anno, con limitata varianza tra università ed università.

Un ritorno estremamente interessante, soprattutto se lo si lascia “lavorare” in un orizzonte temporale sufficientemente ampio, dove il compounding effect fa la sua magia.

Ma quale è la formula magica che questi cervelloni hanno seguito? Prendendo spunto dalle regole base di uno degli Endowments più seguiti e di successo, quello di Yale, i principi fondamentali alla base del processo d’investimento sono:

  1. investire con un’ottica di lungo termine privilegiando asset come le azioni ad elevato ritorno atteso;
  2. investire nei mercati pubblici che sono efficienti;
  3. lasciar stare la gestione attiva, essa è inutile così come il market timing;
  4. investire senza farsi trasportare dalle emozioni di breve termine dei mercati.

Inoltre, generando un processo d’investimento asettico e privo di psicologia, le università evitano di avere un atteggiamento pro-ciclico tipico di un investitore (sia retail che istituzionale), non comprano un asset quando va bene, né li vendono quando va male, e non assecondano “la paura di perdere quando i prezzi sono soppressi e l’avidità di avere ulteriore guadagno quando i prezzi sono elevati”.

Secondo lo studio pubblicato sul Financial Analyst Journal sopra citato, è dimostrato che le Università tendono ad aumentare l’allocazione agli asset rischiosi durante le correzioni al ribasso dei prezzi di mercato, investendo quindi contro-ciclicamente.

Tale tendenza è inoltre aumentata negli ultimi decenni.

Infatti, in origine gli Endowments universitari erano principalmente investiti in bond e Real Estate, poiché gli statuti vietavano l’investimento in asset rischiosi sopra certi livelli. Successivamente, tuttavia, con l’avvento di Benjamin Graham e lo sviluppo della finanza moderna con Markowitz, a cavallo degli anni 50, le cose cambiarono. La letteratura accademica finanziaria proliferava e presto le università si resero conto che la gestione dei propri fondi poteva evolversi, fino a diventare estremamente sofisticata dalla metà degli anni ’80.

Il peso delle azioni e di asset alternativi è via via cresciuto e con esso la necessità di navigare la volatilità di breve termine dei mercati finanziari. La soluzione è stata duplice. Da un lato si doveva ribilanciare in caso di forti crolli di alcune asset class, dall’altro vi era la crescente necessità di individuare asset tra loro decorrelati. Non sorprende quindi la crescente incidenza di asset alternativi come Commodity, Private Equity, Venture Capital ed Hedge Fund.

Chiaramente, in linea con la teoria finanziaria moderna, le Università sono sempre alla ricerca di nuove asset class che aumentano la diversificazione del portafoglio, senza per questo ridurne troppo il ritorno atteso.

Non ci ha sorpreso saper che l’Endowments di Yale e di Harvard abbiano investito in criptovalute nella fase di correzione del 2018 e 2019, come non ci sorprende sapere che plants fotovoltaici fanno parte degli asset di numerose università. La caratteristica di questi asset è quella di avere un andamento de-correlato con azioni e fondi di private equity tradizionali e per questo le università li trovano particolarmente strategici.

Un investitore retail tradizionale sicuramente non potrà replicare in toto il portafoglio degli Endowments universitari, essi sono troppo concentrati in strumenti alternativi, tuttavia può adottarne la medesima filosofia.

In primis deve avere un approccio di medio-lungo termine e non guardare alle oscillazioni dei mercati azionari giornalmente. Deve abbandonare ogni velleità di effettuare con successo market timing. E deve eliminare quanto più possibile l’istinto primordiale di acquistare quando le cose vanno bene e vendere quando le cose vanno male, deve essere contro le masse.

Questo è l’approccio scelto dalle migliori menti accademiche d’America nel corso di 100 anni di evoluzione nella gestione dei propri denari. Ci sembra una buona compagnia da seguire.

Concludiamo con due importantissime considerazioni.

  • Prima di tutto notiamo che il ritorno medio annuo di questi portafogli è stato attorno al 6,6%, ciò significa che attendersi un ritorno dai propri portafogli superiore a tale valore è un’utopia. Fa pensare a riguardo il fatto che se in un anno i mercati sono saliti del 15% (come in media sta succedendo nei mercati americani), è probabile che in futuro in media vi sia un anno da -9% in aguato.
  • Inoltre, come seconda considerazione, segnaliamo che le università tendono a minimizzare i costi di gestione, cosa che un investitore tradizionale non fa praticamente mai, in quanto in mano alle reti degli intermediari.

I costi di gestione hanno un impatto drammatico e negativo nel processo di compounding dei ritorni nel corso degli anni. Prendiamo per esempio il fondo di Yale, che ha avuto un ritorno annuo del 7.8% per decenni. Ciò significa che a tale tasso di crescita, 1.000 USD investiti nel 2010 sono oggi 2.119 USD, con un ritorno assoluto del 111%. Se si aggiungessero a tali ritorni commissioni di gestione del 1,5%, gli stessi 1.000 USD sarebbero oggi 1.842 USD con un ritorno assoluto del 84%. Questo è il motivo per cui un investitore dovrebbe spendere le proprie energie sulla minimizzazione dei costi piuttosto che sul market timing.

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26 Novembre 2020