Go-big or Go-home

Equilibrio, pacatezza, frugalità sono aggettivi scomparsi nel lessico dei politici europei e mondiali. Non si parla più di austerity, di sacrificio, di sostenibilità del debito e non si discute nemmeno di costo opportunità tra spesa corrente e spesa futura, di vincolo di bilancio, di cap ai budget fiscali. Chiunque salga al potere, tramite elezioni o tramite mandato, ha un solo obiettivo: stimolare la crescita economica a qualunque costo.

L’esempio più eclatante è il limite del debito imposto dal congresso americano. Infatti, seppur, negli USA esista un limite all’indebitamento dello Stato, esso è scolpito nel burro! Ogni governo che arriva alla Casa Bianca continua a spendere denaro pubblico con crescente intensità, sforando il limite e chiedendo al congresso di alzarlo. Quel che più impressiona è la crescente velocità con cui ogni limite è raggiunto, nonostante le revisioni diano crescente budget di spesa ai governi. Infine, è facilmente riscontrabile una totale assenza di correlazione tra crescita del debito e partito politico al governo.

Debito lordo USA e debt ceiling (fonte OMB via Statista)

Identiche dinamiche le si vedono in Italia, Europa ed Asia. La pandemia legata al COVID ha poi sdoganato il “liberi tutti”, con il risultato finale che oggi i partiti politici non hanno più alcun timore nel presentare documenti programmatici in forte deficit. Chiaramente, se non vi sono vincoli né controllori, i politici fanno i politici e perseguono la massimizzazione del consenso popolare sparando quanto più alto possibile in termini di promesse fiscali ed elettorali. Il loro mantra oggi è “go-big or go-home” ossia: se non spari alto, promettendo la Luna ai tuoi elettori, sei praticamente certo di non riuscire a vincere le elezioni.

Il presidente USA Biden è riuscito a far approvare al congresso in novembre un pacchetto di stimoli infrastrutturali da circa 1 trilione di USD (1 con 18 zeri), dopo aver già approvato un pacchetto di stimoli fiscali per 1,9 trilioni di dollari per far uscire gli USA dalla crisi COVID. Tuttavia, il bello è che appena dopo aver approvato l’“infrastructure bill”, Biden ha già rilanciato la sua agenda politica proponendo un ulteriore pacchetto da 1,75 trilioni di USD per il cambiamento climatico e la sicurezza sociale.

In Giappone, sempre questa settimana, il nuovo premier Fumio Kishida ha preso molto seriamente l’eredità del suo predecessore Shinzo Abe ed ha annunciato un nuovo pacchetto di stimolo da 56 trilioni di Yen, sorprendendo i mercati che si aspettavano un pacchetto da “solo” 30 trilioni di Yen. Seppur sia la metà del piano Biden, il nuovo stimolo fiscale giapponese è enorme se paragonato al PIL del paese del sol levante (circa il 10%).

In Europa, sebbene a confronto siamo dei dilettanti,  anche noi con il PNRR e le sue applicazioni all’interno dei singoli stati membri, abbiamo terreno estremamente fertile per avere ingenti sovvenzioni statali. Quello che più conta inoltre è che ormai non esistono più tabù. Dopo il 110% di bonus sui lavori di ristrutturazione, non abbiamo molti dubbi che i politici in futuro non saranno siano timidi nelle loro proposte elettorali.

Attenzione, non vogliamo essere fraintesi, c’è del buono in tutte queste politiche. Ci sono e ci saranno risultati positivi dal Superbonus 110 in Italia (emersione del “nero”, valorizzazione del patrimonio immobiliare, rilancio della filiera immobiliare, riduzione del carbon footprint aggregato, …), ci saranno enormi benefici dal piano infrastrutturale di Biden ed ancor di più da un eventuale ulteriore piano sul cambiamento climatico. Così come siamo rimasti estremamente colpiti dalla fantasia e creatività del nuovo premier giapponese che ha deciso di includere nel suo ultimo pacchetto di stimolo un buono da circa 770 euro per tutti i giovani dai 18 anni in giù, andando a segmentare la propria politica in base alle propensioni al consumo delle varie fasce della popolazione. Pensiamo altresì che vada benissimo surriscaldare l’economia, soprattutto quella italiana, dopo oltre 10 anni di contrazione e ripetute crisi.

Tuttavia, riteniamo pericoloso far passare l’idea che non vi siano “limiti” alla spesa fiscale che un paese possa sostenere, così come non vi siano conseguenze nel sorpassare costantemente tali limiti.

In passato, sia il limite che le conseguenze erano imposti dai mercati finanziari, in particolare dai mercati obbligazionari. Se la spesa pubblica saliva troppo ed i mercati pensavano che i conti pubblici avessero raggiunto una traiettoria insostenibile, i tassi di interesse sui titoli di stato di quel paese salivano a loro volta, disincentivando nuove politiche in deficit. Quanto meno la salita dei tassi d’interesse fungeva da campanello dall’arme per la classe politica, intimandogli a non esagerare.

Oggi, ogni giorno le banche centrali intervengono nel mercato ed acquistano titoli di stato, indipendentemente dalle politiche fiscali che i governi perseguono, il risultato è che i tassi di interesse sui titoli di stato sono mantenuti bassi da questi interventi ed hanno perso ogni capacità di fungere da campanello d’allarme per la classe politica.

La banca centrale giapponese detiene oggi più della metà dei titoli di stato giapponesi in circolazione e continuerà con gli acquisti nei prossimi mesi indipendentemente dal fatto che Fumio Kishida abbia deciso di aggiungere un 10% di PIL di debito pubblico nei prossimi anni. La banca centrale europea ha dichiarato, tramite il governatore Lagarde, che continuerà ad avere un atteggiamento espansivo, nonostante i governi comunitari inizieranno ad iniettare nei prossimi mesi i primi fondi del PNRR in un’economia già oggi in crescita. La banca centrale americana ha solo rallentato gli acquisti di titoli di stato in novembre e continuerà ad incamerare titoli ancora per diversi mesi, nonostante il mercato del lavoro USA sia in salute, l’economia cresca e l’inflazione sia ai massimi dal 1990.

In sostanza, l’interventismo delle banche centrali, ha tolto ogni limite ai policy maker e, al fine di perseguire il consenso politico, non solo essi annunceranno stimoli fiscali a ripetizione, ma faranno a gara per stupire in grandezza ed ampiezza. D’altra parte, se non lo fanno, vi saranno altri politici che coglieranno l’opportunità ed acquisiranno consenso.

In questo scenario, almeno nel breve termine, dobbiamo accettare il fatto di essere all’inizio di un party con fiumi di alcool e droga. Va da sé che in questo party risulterà estremamente difficile che si crei un gruppetto di santarellini che bevono acqua con una scorzetta di limone. Anche se ci fossero sarebbero comunque emarginati, derisi e successivamente cacciati.

L’unica questione che potrebbe rovinare la festa, ad oggi, rimane l’inflazione. Infatti, se i tassi d’interesse nominali sui titoli di stato sono mantenuti bassi dalle banche centrali nonostante i governi spendano a rotta di collo, il ruolo del poliziotto cattivo può esser fatto solo dall’inflazione. Eccessi di liquidità, eccessi di stimolo fiscale, crescita economica sopra potenziale e mercati finanziari in esubero potrebbero causare duraturi e violenti aumenti dell’inflazione, generati prima dall’aumento delle materie prime e degli asset reali e successivamente da spillover nel mercato del lavoro. In questi mesi stiamo iniziando a vedere forti rialzi dei prezzi nelle principali economie mondiali; tuttavia, per il momento, la visione comune è tali rialzi siano temporanei.

Se l’opinione pubblica si convince che l’inflazione non è causata da “macchinazioni cinesi sulla supply chain” o da shock temporanei sul prezzo delle commodities, ma dalle stesse politiche fiscali e monetarie dei policymaker, allora i politici stessi saranno costretti a recuperare equilibrio e frugalità, fino ad allora “go-big or go-home”.