Guerra finanziaria, ruolo del Bitcoin e beni rifugio

Le sanzioni

A seguito dell’invasione dell’Ucraina, l’Occidente ha imposto delle sanzioni alla Russia con l’obiettivo di isolarla ed indebolirla finanziariamente. In particolare, si è agito su due fronti:

  1. Alcuni istituti bancari russi, che ricoprono un ruolo chiave nell’economia del paese, sono stati esclusi dal circuito dei pagamenti internazionale SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication). Le banche russe, escluse da questa tecnologia di base che collega banche di tutto il mondo, hanno sperimentato momentanee crisi di liquidità. A queste è venuta a mancare la disponibilità immediata di liquidità precedentemente garantita dallo SWIFT.
  2. Sono state bloccate la maggior parte delle riserve della Banca Centrale Russa. In particolare, è stata vietata la vendita delle riserve nella valuta dei paesi che hanno inflitto le sanzioni. Non solo, il blocco ha riguardato anche le riserve in qualsivoglia valuta depositate presso i paesi sanzionatori.

Nel contesto appena descritto, molti hanno guardato al Bitcoin come alternativa ai mezzi di pagamento tradizionali e qualcuno anche come riserva di valore e/o oro digitale. Ma quale è stata, ad oggi, la realtà dei fatti?

Il ruolo del Bitcoin

La disintermediazione 

La disintermediazione permessa dalle crypto valute ha, in un certo senso, aiutato entrambe le parti del conflitto armato. Da un lato, i russi, di fronte al crollo del rublo, sono ricorsi al Bitcoin per preservare il loro patrimonio (nonostante l’elevata volatilità delle monete digitali) e contrastare la svalutazione del rublo. Dall’altro lato, le cripto hanno giocato un ruolo anche nell’emergenza Ucraina, consentendo in pochi giorni la raccolta diretta, senza passare attraverso il sistema bancario, di milioni di dollari in donazioni.

La preoccupazione dell’Occidente ed il ruolo degli exchange

A questo punto, i banchieri centrali si sono preoccupati che la Russia potesse ricorrervi per arginare le sanzioni. Powell e Lagarde hanno chiesto agli exchanges di bloccare gli account russi. Infatti, è vero che gli scambi di monete digitali avvengono tra “nodi” della rete, senza ricorrere ad un intermediario; tuttavia, il ruolo degli exchanges è fondamentale per dare un’identità a movimenti che sulla blockchain sono puramente informatici e, quindi, irriconoscibili.

I principali exchange hanno inizialmente deciso di non collaborare. La motivazione è stata la volontà di non violare la natura delle monete digitali che non sono emesse e controllate da un banca centrale e nascono per liberalizzare gli scambi di valore tra individui. Non solo, gli exchange non hanno voluto penalizzare russi innocenti, già alle prese con la svalutazione del rublo, che potrebbero preferire la volatilità del Bitcoin alla debolezza della loro moneta. Solo successivamente, Coinbase ha deciso di bloccare 25.000 account russi di persone o aziende presumibilmente impegnate in attività illecite.

Tuttavia, vi è anche chi sostiene che queste preoccupazioni siano immotivate e non sostenute da una reale evidenza. Secondo Chainanalysis, società che indaga e monitora gli scambi mondiali di crypto, l’attività in crypto denominata in rubli, il 3 marzo è stata di 34,1 milioni di dollari, distante dal picco del 24 febbraio di 70,7 milioni di dollari e dal record di 158 milioni di dollari datato 20 maggio 2021. Inoltre, i maggiori exchange con sede in paesi regolamentati, effettuano già controlli “know your customer” e antiriciclaggio. A questo si aggiunga che, le monete digitali rappresentano una piccola percentuale del mercato valutario globale ed è difficile scambiare enormi quantità di moneta passando inosservati.

Il Bitcoin può essere considerato un bene rifugio?

Un bene rifugio è un asset che nei momenti di turbolenza accresce di valore e protegge dalla perdita di valore registrata dagli asset rischiosi. I bene rifugio storicamente riconosciuti sono:

  • l’oro;
  • i titoli di stato sicuri come i bund tedeschi ed i treasury americani, con scadenza 10 anni;
  • e le valute quali il dollaro americano, lo yen giapponese ed il franco svizzero.

Sebbene i sostenitori del Bitcoin lo propongano come una alternativa all’oro fisico, le evidenze sono altre. Storicamente il prezzo del Bitcoin ha mostrato una bassa correlazione con le asset class tradizionali (azioni, obbligazioni ed anche commodities come l’oro). Probabilmente per la natura decentralizzata delle crypto valute, i cambiamenti macroeconomici non ne hanno influenzato il prezzo in passato. Tuttavia, il trend attuale dice che il Bitcoin si comporta sempre più come gli asset tradizionali: la correlazione tra il Bitcoin e gli indici azionari Nasdaq ed S&P 500 è positiva e non trascurabile. Questo ci deve ricordare che il Bitcoin deve essere trattato come un asset rischioso piuttosto che come un bene rifugio. 

Allo stesso tempo, il prezzo del Bitcoin e delle crypto valute in generale è influenzato anche da sviluppi e notizie che riguardano la regolamentazione. Il presidente degli Stati Uniti ha promosso un’analisi di fattibilità e sostenibilità della creazione del dollaro digitale. Ad indicare che il fenomeno crypto non può essere trascurato e richiede una regolamentazione.


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