Inflazione salariale

Sempre più aziende ed attività commerciali pensano che sia difficile trovare nuovi lavoratori e ciò sta creando tensioni salariali.

Sicuramente gli incentivi statali pesano su questa dinamica. Essi permettono ai disoccupati di continuare a percepire un discreto reddito anche senza lavorare. Non è solo il reddito di cittadinanza, ma anche altre forme assistenziali che i governi di mezzo mondo hanno introdotto per contrastare la pandemia COVID. Per esempio il blocco dei licenziamenti ha impattato riducendo il turnover dentro e fuori il mercato del lavoro. Ciò complica inevitabilmente la ricerca di nuova forza lavoro per le aziende che vanno bene, poiché non possono più pescare dal serbatoio dei licenziati delle aziende che sono in difficoltà.

Il problema, soprattutto in Italia ed in alcuni settori, è tuttavia più complesso. Il caso più eclatante è quello dei lavoratori stagionali: essi solitamente sono lavori non locali, che vengono pagati “in nero” e poco. Con il COVID  c’è anche una crescente difficoltà agli spostamenti ed un crescente costo dell’alloggio, tutte dinamiche che rendono sconveniente per molti fare la “stagione” nelle località di villeggiatura.

Infine, seppur sia difficile avere dei dati oggettivi a riguardo, vi è la fascia più giovane della popolazione in età lavorativa che potrebbe aver voglia di svago dopo 2 anni di lockdown. I più giovani, aiutati anche dal fatto che i genitori hanno alzato significativamente i risparmi durante la pandemia, potrebbero essere meno incentivati al lavoro rispetto agli anni pre-COVID.

Tutti questi fenomeni, aiutati dal rialzo dei prezzi al consumo e delle materie prime, potrebbero aver creato una piccola inflazione salariale non voluta. Le aziende in cerca di lavoro infatti devono competere l’una con l’altra sullo stipendio offerto a un numero calante di candidati.

Questo è l’ennesimo segnale che l’inflazione di questi ultimi mesi potrebbe essere duratura e che potrebbe cambiare gli scenari anche per gli investimenti.