Inflazione: sono le attese che fanno la differenza!

Difficile, oggi, trattare di un argomento meno scottante dell’inflazione.

È sulla bocca di tutti e, grazie anche alla campagna elettorale per le elezioni politiche italiane, i giornali ed i media non parlano d’altro. E come potrebbero!? L’indice dei prezzi al consumo in Italia è salito in Luglio al 7.9%, il valore più elevato da metà anni ’80 e circa il doppio del massimo post Euro del 2008 (4%).

Prezzi al consumo in Italia – tasso di variazione anno su anno

Non solo tali valori sono estremamente elevati, ma sono addirittura destabilizzanti per un intera generazione, quella dei Millennials, che ha vissuto da sempre con prezzi stabili e/o in calo.

L’inflazione e i Millenials

I Millennials (cioè coloro che sono nati nella seconda metà degli anni ’80 e nella prima dei ’90) sono spaesati ed in forte confusione proprio nel momento in cui stanno arrivando a quella fase della vita in cui si prendono le decisioni importanti per il proseguo della vita: casa di proprietà, figli…

Il Covid e l’attuale shock dei prezzi rendono difficile formulare piani prospettici basandosi sui modelli che funzionavano fino al 2020, ovvero modelli basati su tassi d’interesse a zero, deflazione sui beni elettronici e immobili, crescita nulla dei prezzi sui beni di consumo e globalizzazione dell’economia.

Vediamo un esempio per comprendere l’impatto dell’inflazione nella vita reale

Fino all’inverno scorso si poteva acquistare una casa vecchia a circa 1.500€/m2 e si poteva chiedere, ed ottenere, un mutuo a tasso fisso a 30 anni con un tasso al 1,5% e si poteva decidere di ristrutturare l’immobile a circa 1.000€/m2.

Oggi tale ipotesi non è più percorribile. L’inflazione cammina veloce!

Oggi la casa vecchia costa 2.500€/m2, il mutuo ha un tasso del 4% ed i costi di ristrutturazione sono arrivati almeno a 1.500€/m2.

Ma non finisce qui!

Oggi le bollette sono salite del 500%; i beni di prima necessità stanno crescendo di oltre il 10% all’anno; le auto non si trovano, e quando si trovano vanno stra-pagate, e così via all’infinito…

Ai Millennials che hanno un’azienda poi, probabilmente, va anche peggio!

Questi giovani imprenditori stanno assistendo ad aumenti dei prezzi alla produzione ancor più marcati. Sempre secondo l’Istat, l’indice dei prezzi alla produzione in Italia è salito in giugno al 34.1%, più di tre volte il massimo storico post Euro del 2008 ed un livello sostanzialmente insostenibile.

Prezzi alla produzione in Italia – tasso di variazione anno su anno

L’effetto dell’inflazione nelle imprese

L’imprenditore che non ha potere di mercato sufficiente per traslare i prezzi al cliente finale, si trova nella completa impossibilità di pianificare, di investire e probabilmente di assumere.

Seppur non tutte le aziende siano in questa situazione, il campione sta crescendo e temiamo possa salire ulteriormente con l’arrivo dell’inverno. Questi imprenditori, quindi, non solo non sono in grado di prendere decisioni sulla loro vita privata, ma non lo possono fare nemmeno su quella lavorativa.

L’effetto dell’inflazione sui dipendenti

Rimangono poi i Millennials che, per le sopra citate aziende, ci lavorano!

Questi più o meno trentenni si trovano nella difficile situazione di avere degli stipendi sostanzialmente fissi in un periodo di inflazione galoppante, subendo quindi una perdita di potere d’acquisto drammatica e straordinariamente veloce.

Seppur il tasso di disoccupazione stia costantemente scendendo, secondo i dati dell’Istat di giugno 2022, i salari medi stanno crescendo in Italia ad un tasso dell’1% all’anno, dopo oltre 10 anni di stagnazione.

Salari medi in Italia – tasso di variazione anno su anno

E qual è l’effetto dell’inflazione sulle altre generazioni?

Anche le altre generazioni sono in situazioni simili a quelle appena raccontate, ma sono meno spaesati e preoccupati.

I Boomers (cioè i nati tra la seconda metà degli anni Quaranta e la seconda metà degli anni Sessanta) hanno vissuto sulla loro pelle gli anni di inflazione a doppia cifra (’70 ed ’80), solitamente hanno un buon ‘gruzzoletto’ da parte e sono nella fase della vita dove non devono fare grossi investimenti o sperimentare nuovi business.

La Generazione Z ( cioè i nati tra la seconda metà degli anni ’90 e la prima decade del 2000 ) sta entrando ora nell’età lavorativa e saprà sicuramente adattarsi con più flessibilità al nuovo paradigma. Certo è indubbio, tuttavia, che anche queste generazioni hanno meno ricchezza disponibile da spendere, o quanto meno hanno minor potere d’acquisto rispetto al pre 2020.

Quali sono le attese di inflazione nel breve termine?

Pur essendo in questa situazione di forte discontinuità con il passato, tra l’altro molto simile e trasversale a molti stati occidentali, la sensazione è che vi sia una diffusa incredulità.

Si pensa che il vecchio paradigma ritorni nel 2023. Le ultime survey sull’andamento dei prezzi pubblicate dalla Banca Centrale Europea evidenziano che le attese di inflazione degli operatori sono per tassi di inflazione in discesa al 3.6% nel 2023 ed al 2,1% nel 2024 e prevedono un tasso di inflazione di medio termine (dai 4 anni in avanti) pari al 2,2%.

In sostanza tutti pensano che l’inflazione tornerà sotto controllo.

Queste attese non sono del tutto campate in aria, come abbiamo già evidenziato in un recente articolo, l’aumento dei prezzi delle materie prime sta rallentando, così come si stanno fortemente allentando le tensioni sulla supply chain asiatica. Tuttavia, l’inverno ormai alle porte sarà particolarmente difficile per i costi dell’energia, soprattutto in Italia ed Europa.

In questo contesto, tuttavia, è vitale che la “diffusa incredulità” continui, le attese d’inflazione devono rimanere basse ed ancorate ai target delle Banche Centrali.

Se si pensa che l’inflazione scenda nel 2023, probabilmente in assenza di shock ulteriori tale scenario si auto realizzerà. Se invece ci si accorge che l’inflazione non scenderà e sarà destinata a rimanere alta per più tempo, si creeranno spillover inflazionistici di secondo livello nell’economia. I lavoratori chiederanno più salari, le imprese vorranno aumentare i prezzi ed i consumatori acquisteranno senza batter ciglio per anticipare ulteriori aumenti dei prezzi in futuro.

Tale dinamica si autoalimenterà rendendo, l’elevata inflazione temuta, una realtà.

Qual è lo scenario più probabile?

Per il momento lo scenario più probabile è quello di un ritorno ad un apparente normalità.

Tuttavia, il rischio di cambio paradigma è oggi più forte che mai. Anche perché, diciamocelo, l’unico modo per ridurre il valore reale del debito pubblico a livello mondiale è tramite una forte svalutazione delle valute di riferimento e quindi tramite inflazione.

Come diceva l’economista premio Nobel Milton Friedman

“L’inflazione è una forma di tassazione che può venire imposta senza legislazione”

ed è un perfetto surrogato di un aumento della pressione fiscale per far rientrare l’insostenibile debito pubblico dei paesi occidentali.

Anche le implicazioni per il processo d’investimento sono enormi e generazionali, soprattutto sul comparto obbligazionario che è oggi allineato con un parziale ritorno alla normalità ed un forte allentamento delle tensioni inflazionistiche nel medio-lungo termine.

Se le attese di inflazione dovessero disancorarsi dal 2,2% di medio periodo e salire, il comparto obbligazionario potrà soffrire ancora.

In questo contesto dobbiamo vedere come positivi per l’obbligazionario, i rialzi dei tassi d’interesse a breve termine della FED e della BCE.

L’azionario invece ha prospettive diverse e più fumose.

Se in un primo momento infatti potrebbe scendere in caso di inflazione e tassi in crescita per la diminuzione dei multipli, dall’altro dovrebbe proteggere l’investitore in caso di inflazione di medio periodo elevata. In fin dei conti le azioni sono asset reali, ovvero asset che nel medio lungo termine crescono assieme all’economia ed all’inflazione.

 

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