Inflazione, tapering e crescita economica: che effetto avranno sulle azioni

Dicono a Wall Street: “le borse non riescono a concentrarsi su più di un tema alla volta”. Se osservate con attenzione, noterete infatti che i corsi azionari tendono a muoversi più violentemente all’uscita di determinate notizie ed a snobbarne altre per lunghi periodi di tempo. Poi improvvisamente questo approccio cambia ed i corsi vengono influenzati da un altro mix di notizie, senza aver più alcuna attenzione per il vecchio mix.

Nella seconda parte del 2020 le parole chiave che muovevano i mercati erano “COVID e ripresa economica”. Ogni variazione significativa sia al rialzo che al ribasso delle borse mondiali era sempre riconducibile ad una notizia riguardante il COVID, mentre qualsiasi dato economico, geopolitico, finanziario, aziendale era al margine, snobbato dagli operatori, con effetto solo transitorio sugli indici di mercato.

Nella prima parte del 2021 si parlava solo di “INFLAZIONE” e di conseguenza, i mercati salivano e scendevano violentemente solo quando vi erano novità riguardanti le dinamiche dei prezzi e tutto il resto era marginale.

Improvvisamente, da circa un mese, l’attenzione dei mercati è improvvisamente cambiata. Non si parla più incessantemente di inflazione e la nuova parola chiave è “TAPERING”, ovvero il processo di normalizzazione e riduzione dello stimolo monetario quantitativo da parte delle banche centrali (i.e. comprano meno titoli, immettendo meno denaro nel sistema finanziario).

Il bello è che anche gli operatori di mercato devono adattarsi al ritmo di Mr. Market, modificando ogni semestre i loro comportamenti e di conseguenza creare un’opinione brillante e distintiva sul tema in voga in quel momento. Se vogliono restare nel mercato e progredire nella loro carriera devono rispondere professionalmente alle domande dei clienti, essi stessi sollecitati dai media. Così si innesca il ciclo dove, per esempio,  il mercato cala del 5% su una crescente inflazione, i media diffondono la notizia, il cliente si allarma, il consulente e l’analista si informa e tranquillizza il cliente, spiegando le dinamiche sottostanti del mercato.

L’aspetto più sarcastico di questa routine è che proprio quando tutti gli analisti ed operatori del mercato stanno diventando esperti su un determinato argomento, per esempio l’effetto dell’inflazione sugli utili aziendali e contestualmente i clienti stanno metabolizzando i concetti acquisiti, quel furbetto del mercato cambia focus, snobba il vecchio argomento, ed inizia a muoversi vorticosamente solo all’uscita di nuove notizie, per esempio, il tapering.

Ecco, quindi, che la danza deve riprendere da capo, con tutti esperti di “inflazione” e nessuno esperto di “tapering”.

Questi sono i pericoli per tutti coloro che cercano di seguire troppo da vicino i movimenti di breve termine dei mercati in quanto si rischia di diventare esperti del penultimo argomento “macro”, rimanendo costantemente un giro indietro, aumentando notevolmente la probabilità di prendere decisioni costantemente sbagliate.

Se si esce dal breve periodo, salendo sopra le fronde degli alberi della foresta, si vedono le cose con più chiarezza e si “capisce che probabilmente non si può capire”. La complessità di prevedere il corso dei mercati nel breve periodo è talmente elevata che la probabilità di prendere costantemente la scelta giusta è infinitesimale. Infatti, nella concretezza è solo un’apparente verità che i mercati sono influenzati da una variabile alla volta: i mercati e tutte le variabili economico, finanziarie, politiche e sociali sono sempre influenzati da molte variabili tra esse contemporanee e dipendenti.

Prendiamo per esempio l’inflazione, il tapering e la crescita economica e studiamone l’effetto sui corsi azionari. La teoria finanziaria ci dice che il prezzo di un’azione è funzione del valore attuale degli utili attesi per quell’azienda, ovvero il prezzo di un’azione dipende dal livello attuale degli utili, dalla crescita reale degli utili (semplificando crescita economica), dalla crescita-extra nominale degli utili (semplificando inflazione) e dal tasso di interesse.

Secondo questa teoria le azioni possono crescere quindi se c’è più crescita economica, c’è più inflazione e se i tassi di interesse sono in calo.

Ma cosa succede se siamo in uno scenario dove c’è più crescita economica e più inflazione, ma i tassi di interesse sono in crescita? Vince l’effetto positivo di inflazione e crescita o l’effetto negativo dei tassi? Certo temporaneamente nella realtà si può dedurre una risposta: se Mr. Market si muove di più alla notizia “crescita economica” e snobba la notizia “tassi” allora indirettamente sappiamo che vince l’effetto positivo della crescita, ma è una consapevolezza effimera che può variare in qualsiasi momento.

E c’è di più. Abbiamo detto che ogni variabile economica e finanziaria è correlata con le altre variabili. Per esempio, se vi è più crescita economica ed inflazione, la banca centrale al margine sarà incentivata ad alzare i tassi di interesse di mercato e ciò potrebbe avere effetti negativi per la crescita e l’inflazione nei prossimi 6-12 mesi. Allora non solo ci si deve chiedere se Mr. Market sia influenzato dal livello di crescita, inflazione e tassi di interesse attuale, ma ci si deve chiedere anche se esso stia già incorporando il cambiamento di queste variabili tra 6-12 mesi.

Queste dinamiche spiegano il motivo per cui talvolta i mercati azionari salgono in caso di dati economici negativi; infatti, magari i mercati prevedono che le funzioni di reazione dei policymaker a questi dati genereranno più stimolo, che a sua volta porterà a più crescita economica ed inflazione tra 6-12 mesi.

Insomma, la complessità è massima anche solo considerando queste tre variabili, pensate cosa può succedere inserendone altre come la tassazione delle aziende, i rischi geopolitici, le valute, le materie prime, le innovazioni tecnologiche, le tensioni sociali, le dinamiche demografiche e la speculazione finanziaria.

Da un lato e in tutta onestà, pensiamo non vi sia una soluzione operativa a questo eterno enigma. Quindi riteniamo che un investitore debba rinunciare ad anticipare l’andamento dei mercati nel breve periodo, utilizzando le notizie macroeconomiche e finanziarie. Per questo sosteniamo con forza che il focus dell’investitore debba essere nel medio/lungo periodo.

Anche qui vi sono delle incertezze, ma possono essere gestite con più efficienza, magari focalizzandosi sulle certezze che i mercati ci forniscono. Ci riferiamo per esempio al massimo ritracciamento storico di un asset class, alla crescita dell’economia potenziale e all’effetto della diversificazione.

La prima certezza ci aiuta a capire quanto possiamo rischiare al massimo con un mix di asset class. Questo ci permette di sostenere un portafoglio nel lungo termine mantendolo anche in caso di eventi estremi senza liquidarlo in preda al panico.

La seconda certezza ci fornisce la consapevolezza che con un orizzonte temporale sufficientemente ampio un asset class reale (come le azioni) dovrebbe avere un trend in crescita. Tale verità è forse la più difficile da accettare ed ha molte sfumature, ma storicamente ha permesso di ottenere ottimi ritorni agli investitori che hanno saputo ribilanciare contro-ciclicamente i portafogli, accumulando rischio nelle fasi di ritracciamento.

La terza certezza ci aiuta ad affrontare con più efficacia i ribilanciamenti perché crea le basi per avere asset class che correggono in momenti diversi tra loro, non mettendo troppa pressione su un singolo momento storico.

Certamente questo approccio può sembrare meno attivo, ma tende ad essere storicamente più consistente. Va da sé che comunque lo studio delle variabili macroeconomiche deve essere fatto per avere più consapevolezza nelle decisioni di medio periodo, ma sapere che tali variabili non possono essere l’unica giustificazione operativa per un acquisto o una vendita è il primo passo da effettuare per un investitore avveduto.