La banca diventa tech o il tech diventa banca?

Il fallimento della Silicon Valley Bank (SVB), avvenuto il 10 marzo 2023, ha segnato il secondo più grande default della storia americana ed il primo dalla Grande Recessione del 2008. La causa del dissesto, tuttavia, non è nuova ed è concettualmente uguale a tante altre crisi bancarie del passato.

Cosa è successo?

In sostanza SVB ha investito il capitale ed i depositi dei correntisti (in questo caso principalmente aziende, fondi speculativi e fondi di digital asset) e in attivi finanziari di durata medio lunga. In particolare, semplificando il più possibile, la SVB ha investito il denaro raccolto in prestiti e partecipazioni di aziende tech americane ed in titoli di stato a medio-lunga scadenza americani.

L’aumento dei tassi d’interesse ha fatto scendere il valore di mercato dei titoli di stato ed ha generato incagli ed insolvenze sul portafoglio di prestiti rischiosi della banca.

In sostanza la banca ha avuto una minusvalenza latente (prezzo di mercato minore del prezzo di carico) sulla componente “teoricamente” priva di rischio, ed ha avuto minusvalenze effettive sulla componente più rischiosa. Insieme l’effetto congiunto di queste dinamiche ha portato i correntisti e finanziatori di SVB a percepire che il valore di liquidazione degli asset non avrebbe coperto il valore di liquidazione dei loro depositi, generando una classica “bank run” o “corsa agli sportelli”.

Un esempio aiuterà ancor meglio a capire questo tipico fenomeno.

La banca, prima della crisi, aveva ogni 100 dollari presi in prestito, 15 di capitale e 85 di depositi ed aveva poi investito tali provviste in altrettanti 100 dollari di asset rischiosi e treasury. Oggi il valore dei 100 investiti è sceso ad un valore di mercato di 75 (l’aumento dei tassi abbassa il valore di mercato delle obbligazioni esistenti), generando una possibile mancanza di asset per coprire il monte depositi di 85. I depositanti sono quindi corsi in banca per andare a pescare dal tesoretto residuo di 75 e non rimanere tra i 10 scoperti.

Perché ciò accade?

La psicologia ha in questo processo una grossa importanza e più le notizie circolavano sull’insolvenza più vi era richiesta di prelievi e più la banca doveva svendere asset per coprire le richieste; questo fino ad un punto dove la banca non aveva più la capacità di far fronte alle richieste per mancanza di asset liquidabili.

I policymaker americani, in particolare la FDIC (ente che assicura i depositi bancari e vigila sulla solvibilità delle banche) e la FED hanno dovuto intervenire ed assicurare tutti i depositanti e fermare la “corsa agli sportelli”.

L’unica grande novità rispetto alla crisi finanziaria del 2008 è che la FED non ha “salvato” gli azionisti e gli obbligazionisti della SVB. Questa decisione, probabilmente non ha sedato del tutto la crisi, ma ha spostato l’ansia verso il secondo anello più debole della catena bancaria statunitense e così via a cascata. Nelle settimane successive al fallimento della SVB sono saltate altre banche regionali americane, che avevano simili problematiche rispetto alla SVB.

Ad oggi il contagio non è stato interrotto, anzi, tutto il segmento delle banche regionali è sotto attacco. La cosa preoccupante delle crisi bancarie è, infatti, che sono delle profezie che si autoalimentano: se iniziano le corse agli sportelli in una banca la banca deve vendere asset immobilizzati per far fronte alle richieste, ma vendendoli magari crea minusvalenze realizzate che non avrebbe avuto se avesse potuto tenere i titoli fino a scadenza.

Più si creano “voci” di debolezza trasversali al sistema, più il sistema vende e più il prezzo degli asset cala, peggiorando ulteriormente il grado di copertura dei depositi e peggiorando la solvibilità dell’istituto.

Dal punto di vista prettamente teorico anche una banca sana potrebbe fallire se aggredita pesantemente da una “corsa agli sportelli”. Proprio questo vortice è quello che ha reso la crisi del 2008 particolarmente pericolosa e proprio questo vortice è quello che vogliono evitare i policy makers americani.

Per il momento, tuttavia, non vi sono tremolii a livello sistemico.

L’indice azionario americano S&P500 ha avuto un minimo relativo il giorno in cui è fallita la SVB ed è poi salito costantemente, scendendo solo marginalmente negli ultimi giorni. L’indice tecnologico Nasdaq sta addirittura facendo ancora meglio.

Indice americano S&P500, fonte tradingview

grafico

La spiegazione è triplice a nostro avviso.

  • Da un lato le tensioni sulle banche regionali hanno fatto rallentare la politica monetaria restrittiva della FED (vedasi passata Newsletter per i dettagli); ciò sta creano un rialzo delle valutazioni delle azioni per un incremento dei multipli di mercato.
  • Dall’altro lato la crisi non ha colpito le grandi banche americane, quelle che dalla crisi del 2008 sono definite SIB, Systemically Important Bank o le “troppo grandi per fallire senza creare un caos finanziario”.

Queste banche anzi stanno beneficiando della crisi perché vedono arrivare miliardi di dollari di nuovi depositi in uscita dalla banche regionali ed in cerca di rifugio. Alcune di queste banche inoltre finiranno per acquisire le banche regionali fallite con la FDIC e la FED che assicureranno buona parte delle potenziali perdite latenti.

Il titolo di JP Morgan, per esempio, è oggi in crescita del 34% rispetto al minimo dell’ottobre 2022 ed ha recuperato praticamente metà delle perdite dal massimo di fine 2021.

  • Tuttavia, c’è un ulteriore rischio latente anche per le banche SIB, ovvero oggi i tassi di interesse sulle obbligazioni a basso rischio e bassa durata sono significativamente più alti rispetto ai rendimenti ottenibili sui depositi in conto corrente. Per questo parte dei depositi presso le SIB potrebbero defluire verso fondi di mercato monetario o altri lidi comunque sicuri ma che rendono nettamente di più.

In particolare, questo trend sta avvantaggiando alcune aziende attive nell’area della finanza moderna chiamata “fintech”, ovvero la digitalizzazione e l’evoluzione tecnologica dei servizi bancari.

In quest’area vi sono banche tradizionali che hanno pesantemente investito per diventare più tecnologiche e aziende commerciali o industriali che hanno iniziato a sviluppare servizi “simil-bancari”.

Di tutte queste di gran lunga la più blasonata è Apple, la quale a metà aprile 2023 ha attivato un servizio chiamato Apple Saving, dove i clienti che hanno una carta di credito Apple possono depositare in un conto dedicato presso Goldman Sachs i loro denari ottenendo una remunerazione del 4,15% all’anno.

I clienti possono depositare illimitate cifre e gestirle direttamente dal proprio telefono senza complessità. Risultato in 4 giorni si dice vi siano state richieste per più di 1 miliardo di dollari di nuovi depositi.

Riteniamo questa notizia estremamente interessante.

Da un lato è la conferma che il denaro si sta definitivamente digitalizzando, validando indirettamente tecnologie come la blockchain. Dall’altro sta sdoganando il ruolo cardine di multinazionali user-based come Apple nel settore finanziario, aprendo la strada anche in questo caso a strumenti finanziari nuovi.

Oggi sono i saving account digitali, domani magari i token digitali di Apple.

Il processo sarà comunque modulare, soprattutto per Apple, non a caso ha utilizzato una SIB blasonata come Goldman Sachs per non fare il passo più lungo della gamba.

È chiaro, tuttavia, che il sistema bancario sta cambiando e se le banche non riescono a gestire il cambiamento tecnologico in atto, saranno i leader tecnologici stessi a mangiarsi il sistema bancario tradizionale.

Questo ha implicazione anche nei mercati, dove quindi i titoli delle Apple di turno magari salgono anche se le banche regionali continuano a fallire.

Detto questo, attenzione tuttavia all’andamento dell’economia reale, che comunque non sta brillando per salute, ma andiamo per gradi, questo è argomento di un’altra newsletter.


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