La Cina barcolla, ma non …

Le azioni di classe A cinesi hanno avuto i due giorni peggiori dalla crisi del 2008, scendendo sotto i minimi del 2021. La correzione è stata scatenata da nuove regolamentazioni governative su alcuni settori strategici dell’economia cinese in particolare quello dell’educazione e della tecnologia.

Da un lato Beijing ha introdotto nuove norme che impediscono alle aziende attive nel settore dell’education di realizzare profitti, raccogliere capitali ed essere “listate” in un mercato azionario pubblico. Dall’altro è stato imposto un ulteriore giro di vite sul settore hi tech e del food delivery, imponendo restrizioni alla libera allocazione del capitale e costringendo le società a sottostare a stringenti regole operative e di business.

Chiaramente l’interventismo di Pechino non è finalizzato a massimizzare i profitti delle società quotate, bensì ha uno scopo politico-sociale con il fine ultimo di massimizzare la strategia di medio periodo del regime. In questo senso gli investitori temono un calo degli utili delle società cinesi ed in alcuni casi (come nel settore dell’education) un drastico delisting di alcune realtà.

Come sempre, infine, i fondi d’investimento occidentale, pesantemente lunghi sul mercato cinese, stanno prendono paura e corrono a vendere le loro posizioni, esasperando le discese dei prezzi nella classica profezia che si autorealizza. Il timore non è solo limitato alle restrizioni annunciate, bensì al fatto che la Cina continui a sviluppare un ambiente non idoneo allo sviluppo degli utili aziendali, soprattutto se tali aziende raggiungono dimensioni ragguardevoli.

Tuttavia, alcuni osservatori segnalano che la tendenza potrebbe essere meno drammatica di quanto sembri. Bisogna per prima cosa distinguere tra l’interventismo nel settore dell’education e l’interventismo nel settore high tech. Il primo evidenzia delle oggettive tensioni sociali dovute ad uno specifico problema: in Cina l’educazione è altamente competitiva ed i genitori hanno fortissimi incentivi a mandare i figli a “lezioni private” per preparare al massimo gli esami. Molte società di “private tutoring” hanno alzato enormemente il costo di tale servizio generando tensioni insostenibili sul “portafoglio” delle famiglie. Il risultato finale è stato un ulteriore disincentivo da parte di queste famiglie nel fare nuovi figli, in un quadro demografico già di tendenziale calo. L’intervento del ministero dell’educazione cinese ha quindi come obiettivo quello di calmierare il costo di questi servizi di sostegno all’educazione, eliminandone la speculazione e uniformandone il costo. Magari non è condivisibile tale strategia, ma quanto meno è spiegabile e comunque limitata ad un settore specifico.

Diverso è invece l’interventismo sulle società tecnologiche, in primis su Tencent e Alibaba. Qui la mossa di Pechino gira attorno al controllo dei dati, della tecnologia e dell’ego imprenditoriale. Il battito d’ali che ha iniziato la burrasca è stato senza dubbio la faida di Jack Ma, co-fondatore di Alibaba, e il governo Cinese; Ma accusò Pechino di soffocare l’innovazione e ricevette in cambio un sabotaggio del suo piano di quotazione della Ant Group Co. e una causa antitrust per Alibaba. Le successive vicende sono fumose, ma in linea con un tendenziale riallineamento delle visioni tra il miliardario e Pechino. Nell’ultimo periodo, inoltre, gli scontri tra aziende tech e governo si sono concentrate su quelle aziende che hanno una sfera di interessi internazionale e molto spesso hanno sede (e quotazione) sia in Cina che in America. Probabilmente Pechino non vuole dimostrarsi permissiva con questo tipo di società, al fine di limitare lo sviluppo di queste realtà e limitare il rischio di perdere il controllo dei dati interni ed esterni alla Cina. Infine, è probabilmente vera anche l’idea che il governo cinese non approvi particolarmente il successo imprenditoriale di alcuni visionari che stanno avendo crescente potere sia in patria che all’estero.

Detto questo risulta evidente che alcune società come Alibaba e Tencent sono troppo grandi per fallire senza causare seri danni all’economia nel suo complesso, tramite lo spill-over negativo nel mercato azionario e nel mercato dei capitali. In particolare, la Cina non può permettersi una incontrollata fuga di capitali occidentali dai suoi “gioielli quotati” senza sperimentare significative fughe di capitali anche dall’economia in generale.

Ecco, quindi, che in questo contesto le big tech cinesi sono per il governo “too big too fail”, ma anche “too big to succeed”.

Se questo è vero, riteniamo che in caso di significative e non controllate correzioni del mercato azionario cinese, vi sia l’opportunità d’investire in queste società too big too fail e nell’indice in generale.

Tuttavia, nel breve termine si deve stare molto attenti non solo alla componente finanziaria, ma anche a quella economica. Gli indicatori di sentiment cinese sono oggi in calo ed appena sopra la soglia che segnala la contrazione, soprattutto per il settore manifatturiero.

Indice PMI manifatturiero (sopra 50 segnala espansione)

Sembrerebbe quindi che la contrazione del comparto azionario cinese non sia dovuta solo a fattori politici, ma che anche ai fondamentali sottostanti, non certo brillanti come a fine 2020. Per il momento, tuttavia, questo rallentamento sembra temporaneo e probabilmente salutare, al fine di temperare gli eccessi inflattivi di fine 2020, i quali hanno causato molte problematiche anche all’occidente.

Ogni scomposta correzione di una delle prime tre aree economiche mondiali deve quindi essere vista dall’investitore come un’opportunità. Attenzione, tuttavia, che il mercato azionario in questione è estremamente fragile in termine di scambi e i flussi di investimento in entrata sono stati ingenti negli ultimi anni. Un elefante che cerca di uscire dalla porta di servizio probabilmente la sfonda. Magari fosse così, le opportunità potrebbero essere ancor più ghiotte.