La rendicontazione delle performance

A volte le cose semplici possono sembrare le più complesse. La complessità è data dalla mancanza di informazioni necessarie per arrivare alla determinazione di un giudizio corretto. Ecco quindi che, la valutazione di un risultato, porta con sé una serie di errori pregiudizievoli per porre in atto scelte future appropriate ed efficienti.

Partiamo da una prima osservazione di come vengono abitualmente rese le rendicontazioni dei risultati sugli investimenti. La prassi degli intermediari finanziari è quella di produrre un report che abbia un riferimento temporale annuo. Nello specifico si prende in considerazione l’anno in corso ossia l’ YTD (Year to date) cioè la performance dal 01 gennaio. Alla fine dell’anno lo YTD coincide con il rendimento dell’anno di riferimento. Spediscono il report annuo e qui si chiude la partita.  Tutto secondo quanto previsto dalla norma.

Il cliente tuttavia, anche se diligentemente raccogliesse anno per anno questa documentazione, si trova ad avere in mano un informazione troppo frazionata, poco esplicativa e difficile da confrontare. E’ assolutamente normale attendersi che, nella sua memoria, si ricordi forse il risultato dell’ultimo anno mentre sicuramente, non ha più alcuna traccia di quanto la sua gestione abbia reso 5 anni fa o 8 anni fa e ne tanto meno complessivamente ossia in riferimento a tutto il tempo in cui a lasciato il suo patrimonio in gestione al suo intermediario (ognuno provi a domandarsi se ha contezza di quale sia il proprio rendimento ottenuto da quando ha iniziato ad investire).

Un impostazione della rendicontazione che abbia come riferimento solamente l’anno passato, permette all’intermediario di evitare, nella gran parte dei casi, un imbarazzante confronto nel tempo con quanto il cliente avrebbe potuto ottenere acquistando indici di mercato che replicavano abbastanza fedelmente l’asset allocation del suo portafoglio. Questo è maggiormente rilevante tanto quanto più ampio è il periodo di osservazione.

Siamo certi che nel caso in cui venisse inviata una rendicontazione completa, con una continua ed aggiornata “memoria storica” dell’andamento del portafoglio, il cliente potrebbe accorgersi molto più semplicemente di quali e quante inefficienze avrebbe l’architettura del suo portafoglio.

Basterebbero pochi e comprensibili dati come per esempio:

  • La performance del portafoglio, al netto dei costi, dall’origine del rapporto;
  • Le performance dei benchmark effettivi (non quelli dichiarati) del portafoglio, sempre dalla sua origine.

La lettura di questi soli due dati farebbe vedere le cose in maniera più corretta. A titolo di esempio di quanto sosteniamo, se avessimo una gestione bilanciata, ossia 50% azioni e 50% obbligazioni, oltre ad avere il consueto rendimento dell’anno passato sarebbe opportuno avere:

  • il rendimento storico (dall’inizio della gestione sempre al netto dei costi);
  • il rendimento storico del benchmark (in questo caso 50% MSCI Word in EUR e 50% JPM Obbligazionario EUR).

Con un costante aggiornamento di questi due elementi, il cliente avrebbe la possibilità di valutare l’operato del proprio intermediario diversamente e probabilmente sarebbe in grado, anche da solo, di trarre delle conclusioni più opportune.

Potrebbe accorgersi che la sua felicità riguardo ai risultati acquisiti, a mano a mano che conosce queste informazioni e al crescere degli anni, diventi una felicità fatua.

Potrebbe rilevare che, sebbene il suo portafoglio abbia avuto una crescita di periodo, questa sia stata “limata” da costi ed inefficienze che potrebbero sicuramente esser state  in gran parte evitate.

La gestione attiva, i fondi comuni di investimento, le Sicav di diritto lussemburghese, vivono e brillano quasi sempre di un esploit mentre non hanno persistenza nel tempo il che significa, che tanto più ampio è il periodo, tanto più probabile è ritrovarsi con una gestione perdente rispetto a quanto si potrebbe ottenere investendo nell’indice di mercato di riferimento.

E’ davvero interessante osservare alcuni grafici che non fanno altro che confermare quanto sopra detto.  La percentuale dei fondi (in blu) che produce performance maggiori dei loro benchmark (Outperformance) è davvero esigua nei primi 3 anni e praticamente quasi si annulla in tutti i settori nei successi 3 anni.

La causa principale di questo sono i costi assurdi che il risparmiatore paga. Semplice.

Se non si ha chiaro questo, tutto il resto (previsioni, outlook, brand, dimensioni, internazionalizzazione, ecc) assume una rilevanza sostanzialmente pari a quella di una discussione al bar relativa alla miglior formazione da mettere in campo per vincere l’Europeo. Attenzione quindi, perchè mai come in questo caso, l’abito non fa il monaco.