La strana teoria dell’Europa leader d’innovazione

I fondi di venture capital sono veicoli di investimento dove manager specializzati raccolgono capitale per comprare o compartecipare aziende in fase di start-up o in prima accelerazione del business. L’investimento è fatto entrando nel capitale delle aziende per dotarle delle disponibilità finanziarie necessarie all’avvio su larga scala, della produzione, industrializzazione e commercializzazione di un prodotto e/o di un servizio. I fondi di venture capital, in particolare negli USA, sono storicamente un forte mezzo per portare un’idea rivoluzionaria da un astratto concetto a una reale e complessa concretezza; essi sono il lubrificante che ha permesso a molte delle big tech americane di emergere e affermarsi nel mercato. Da sempre quindi, negli USA ed in particolare in California, vi è un enorme dinamismo da parte di questi investitori e di conseguenza, un enorme fiducia che un’azienda con una valida tecnologia possa in qualche modo diventare il prossimo unicorno finanziario. Tale consapevolezza, unita ad una regolamentazione snella e premiante, ha fatto degli USA e delle sue aziende la superpotenza mondiale dell’innovazione.

Oggi secondo alcune ricerche a campione, riportate da un interessante articolo della CNBC, sempre più fondi di Venture Capital stanno aprendo succursali e facendo affari in Europa. Sempre secondo questo articolo, i fondi istituzionali americani hanno chiuso più di 1.431 affari nel 2021 contro i 359 del 2011, creando deals che nel 2021 hanno raggiunto fino ad oggi un valore complessivo di 50,8 miliardi di Euro rispetto ai 2.7 del 2011.  Seppur questi dati siano solo un campione limitato, ci danno un primo indizio di quella che può essere una teoria in parte controcorrente, sicuramente azzardata, ma estremamente affascinante: l’Europa potrà ritornare il leader tecnologico mondiale dopo secoli di declino ad appannaggio di America, Cina e Giappone.

Oggi questa affermazione può sembrare folle. L’Europa infatti è ingessata dalla burocrazia, da divisioni interne, da elevato debito pubblico e da un ecosistema politico alquanto disfunzionale. Tuttavia si è trovata, forse anche per caso, con un vantaggio competitivo nel trend più importante del 21° secolo: il cambiamento climatico.

Nel 2014 l’Europa ha fissato dei target al 2030 di incremento del 32% di generazione di energia rinnovabile e di riduzione del 32.5% di consumi energetici tramite interventi di efficientamento. Alcuni di questi target sono stati raggiunti, altri sono stati di poco mancati. Nel 2020 inoltre vi è stata un ulteriore accelerazione e l’Europa è stata la prima grande area geografica a dichiarare di voler diventare carbon-neutral entro il 2050.

Queste dichiarazioni inoltre non sono state solo estemporanee uscite politiche, ma hanno generato anche delle azioni concrete.

Uno degli aspetti che più sta influenzando la finanza contemporanea è stata l’introduzione di un mercato dei crediti al carbonio e dei relativi obblighi (“cap”)  imposti alle aziende con elevate emissioni di CO2. Oggi in Europa viene fissato un limite di emissioni che le aziende soggette a questi devono rispettare. Accede che  se un’azienda è efficiente, essa potrà andare nel mercato e vendere dei crediti di carbonio (EU ETS), se essa invece non è efficiente dovrà comprare dei crediti da terze parti. Il sistema degli EU ETS, anche a causa di crescenti dinamiche dei prezzi di questi crediti, sta oggi influenzando significativamente le decisioni delle aziende soggette a “cap”; ciò crea un ambiente estremamente florido per quelle start-up che riescono a creare nuove soluzioni tecnologiche efficientanti, così come incentivano la R&D all’interno delle aziende soggette a “cap”.

Il secondo passo compiuto concretamente dall’Europa è stato quello di dedicare ingenti fondi per supportare l’innovazione, sviluppare tecnologie “green”, favorire la transizione a forme di trasporto sostenibile, favorire l’efficientamento degli edifici, incentivare l’installazione di fonti di generazione, accumulo e gestione di energia rinnovabile. L’idea vincente inoltre, non è stata solo quella di mettere a disposizione i fondi, ma anche quella di usarli come forma di coesione politica, fiscale e sociale all’interno dell’Europa. Gli stati conservatori del Nord sono arrivati al compromesso di permettere l’emissione di debito federale solo con la clausola di vincolare tali fondi all’incentivazione della transizione ambientale. Oggi, secondo il sito della Commissione Europea, circa il 30% del budget dell’Europa sarà destinato a politiche “green”. Non sorprende quindi che i fondi di venture capital americani siano interessati a mettere un piede nel vecchio continente con il fine ultimo di surfare, tramite le aziende da loro partecipate, questa onda anomala e potentissima.

Inoltre, questa accelerazione della politica Europea non è arrivata per caso, ma è ampiamente giustificata da un plebiscito popolare: secondo recenti sondaggi il 94% di un campione di 27.000 europei intervistati ritiene che proteggere l’ambiente è un aspetto importante e circa il 78% ritiene che il cambiamento climatico avrà degli effetti concreti nella vita quotidiana. Inoltre, per oltre il 70% ritengono che la regia di tale cambiamento debba essere tenuta dall’Europa e non dai singoli stati membri.

Tutto questo sta creando enorme fermento nell’economia, in particolar modo per tutte le start-up innovative che sono attive nei settori strategici che influenzeranno le dinamiche sopra esposte. Parliamo dei settori legati alla mobilità elettrica (Northvolt o Lilium sono un esempio), all’efficientamento degli edifici (Tado), al farming di nuova generazione (Infarm) ed ovviamente all’Energia e all’economia circolare.

Se a questo si aggiungesse una burocrazia un po’ meno bizantina ed un po’ più flessibile e funzionale, l’Europa avrebbe tutte le carte in regola per competere con le altre superpotenze tecnologiche mondiali e per attrarre anche altri flussi d’investimento dall’estero; le dinamiche dei Fondi di Venture Capital sopra descritti sono solo un esempio di cosa potrebbe accadere più in generale nel mercato dei capitali.

Per la prima volta da oltre 400 anni l’Europa è ritornata prepotentemente alla ribalta ed oggi sta creando quell’ambiente prolifico all’innovazione o più ottimisticamente alla rivoluzione green che dovremmo tutti noi portare a termine. I portafogli e gli investimenti dovranno tenerne conto, soprattutto oggi, dove i fondi e gli indici di mercato sono americanocentrici e l’Europa è relegata a 3° o 4° area d’interesse in termine di allocazione.