L’Ossessione dei Mercati

I mercati finanziari tendono ad avere una “ossessione” alla volta.

Essi battezzano un trend economico, politico o finanziario e ne seguono con assoluta precisione gli sviluppi, virando repentinamente al rialzo ed al ribasso in base alle sue oscillazioni.

Negli ultimi mesi l’Ossessione dei Mercati era il rialzo dei tassi d’interesse di breve termine. Ogni dato economico (inflazione, crescita, vendite, ordinativi, …) veniva visto positivamente o negativamente in base al suo effetto sui tassi e sulla funzione di reazione delle banche centrali.

Se, nello stesso giorno, uscivano ottimi risultati d’esercizio dalle più importanti aziende nell’indice azionario mondiale e un dato sull’inflazione più elevato del previsto, i mercati avrebbero snobbato i buoni utili aziendali ed avrebbero virato in negativo perché preoccupati di ulteriori rialzi dei tassi di politica monetaria da parte delle banche centrali per arginare l’inflazione.

Nulla è più importante per i mercati dell’”ossessione del momento”.

Nella prima parte del 2023, dopo un 2022 fatto di mercati azionari ed obbligazionari in calo in tandem, l’azionario aveva trovato trazione, non tanto per migliori prospettive economiche, ma piuttosto per l’attesa di un rialzo più modulare e contenuto dei tassi a breve termine e per una significativa diminuzione della spinta inflazionistica. L’ossessione era sempre la stessa, tuttavia da un ambiente negativo del 2022 si era passati ad un ambiente più positivo nel 2023.

Poi improvvisamente, ad inizio marzo, è avvenuto un miniterremoto finanziario con il fallimento di alcune banche regionali USA e la crisi di fiducia su Credit Suisse. Tali eventi hanno monopolizzato l’attenzione dei mercati per qualche giorno, ed oggi è lecito chiedersi se i mercati siano passati “dall’ossessione” dei tassi all’ossessione del rischio di credito delle banche.

La domanda è lecita ed estremamente importante proprio perché i due fenomeni sono tra loro decorrelati.

I fallimenti delle banche regionali USA e la crisi di fiducia su alcuni colossi europei, sono eventi deflazionistici ed hanno portato i mercati a prezzare una brusca interruzione degli aumenti dei tassi d’interesse della banca centrale americana (la FED) ed europea (BCE).

In circa 3 sedute di borsa, dal 9 al 13 marzo 2023, i tassi d’interesse a 2 anni sui titoli di stato USA (quelli che seguono più da vicino la politica monetaria della FED) sono scesi dal 5% al 4%, mentre quelli dei titoli di stato tedeschi sono scesi dal 3,5% al 2,5%.

I due mercati prezzano oggi addirittura l’ipotesi di tagli dei tassi a breve da parte della FED nel corso del 2023 ed una interruzione dei rialzi della BCE.

 

grafico
Tassi a 2 anni sui Treasury USA (blu) e sul Bund (arancione), fonte tradingeconomics.com

 

Allo stesso tempo il mercato azionario sarebbe dovuto scendere per il maggiore rischio di recessione dovuto, se non altro, alla stretta creditizia derivante da un sistema bancario traballante.

Ecco perché oggi ci dobbiamo chiedere se i mercati finanziari sono più ossessionati dal rischio di fallimento delle banche o dall’andamento futuro e prospettico dei tassi a breve.

A ben vedere, dal 13 marzo in poi, il lunedì successivo al fallimento della SVB (il secondo più grande fallimento bancario della storia) l’indice Nasdaq è salito di oltre 1.000 punti (circa il 9%), snobbando ogni notizia negativa presente nel mercato.

Dall’analisi di tale dinamica sembrerebbe, quindi, che il mercato azionario, soprattutto quello tecnologico, rimanga focalizzato sulle prospettive di politica monetaria e sui tassi d’interesse.

Attendendosi una FED meno restrittiva, i mercati brindano, snobbano le notizie preoccupanti e salgono.

Non diamo tuttavia per scontato che tale tendenza permanga per sempre. Le crisi bancarie sono molto pericolose, vanno ad ondate e tendono ad autoalimentarsi.

I mercati potrebbero cambiare focus ed ossessione in poco tempo.

Forse uno dei parametri più importanti da monitorare solo le azioni delle principali banche europee ed americane.

Per il momento le politiche di gestione della crisi da parte dei policy maker hanno portato alla completa protezione dei depositi a scapito degli azionisti e degli obbligazionisti delle banche. Per questo motivo vi potrebbero essere nuovi attacchi sulle azioni delle banche più deboli. Deutsche Bank, grazie anche alla sua leva finanziaria, è un indiziato, ma potrebbero esserci altre istituzioni vulnerabili sia in Europa che in USA.

La logica è quella tipica delle crisi bancarie, il sistema testa e porta al collasso l’istituzione più debole, passando poi alla seconda e così via a catena. Il compito del governo e delle banche centrali e quello di restaurare la fiducia ed interrompere il vortice, oppure lasciare che il sistema si stabilizzi da solo dopo il fallimento dei soggetti più esposti.

Dalla crisi LTCM (1998), passando per la crisi del 2000 (tech), del 2008 (banks) del 2011 (piigs) e dal Covid, la scelta dei policy maker è stata quella di salvare tutti, con l’inevitabile conseguenza di creare un sistema sempre più estremo, rischioso, indebitato e fragile.

Probabilmente la scelta inevitabile sarà quella di continuare a drogare di stimolo un sistema disfunzionale, ma quantomeno vivo.

Dai livelli attuali di valutazione degli asset generare una crisi di debt-default causerebbe un botto troppo grande da riassorbire sia socialmente che politicamente. Se così fosse, non attendiamoci collassi deflazionistici dei prezzi, bensì una continua crescita della pressione inflazionistica, guidata dalla rivalutazione degli asset reali, tra cui azioni ed abitazioni.


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31 Marzo 2023