Il cambio di guardia

Gentili lettori ,

se alcuni di voi hanno in programma un viaggio a Londra, sicuramente avranno preventivato di assistere ad una cerimonia che più di altre dimostra l’amore degli Inglesi per la loro tradizione monarchica: il Cambio della Guardia, che ha luogo a Buckingham Palace in giorni predeterminati, con una quotidiana frequenza tra maggio ed agosto.

L’immagine delle guardie nella loro giubba rossa, con il caratteristico bearskin sul capo, l’elmo costruito con pelle d’orso canadese che indossano fin dai tempi della battaglia di Waterloo, con il loro atteggiamento impettito ed imperturbabile, fanno ormai parte da molti secoli dell’immagine britannica, condita da un’atmosfera resa meno formale dalle note diffuse dalle bande dei vari Reggimenti che accompagnano il rituale.

cambio guardia

Le Household Troops difendono la sicurezza del Sovrano fin dal 1642, quando erano dislocate nel St.James Palace: quando la Regina Vittoria nel 1837 trasferì la sede Reale in Buckingham Palace, alcune Guardie furono distaccate nel nuovo sito ma la loro sede restò a St.James, da qui la necessità di procedere allo scambio tra le Old Guards e le New Guards, che succedono alle prime sostituendole alla fine di ogni turno.

I protagonisti del cambio di guardia

Protagonisti del cerimoniale sono cinque reggimenti di fanteria:

  1. dalle Grenadier Guards con i bottoni dell’uniforme rigorosamente equidistanti
  2. alle Welsh Guards con i bottoni a gruppi di cinque, e due di cavalleria,
  3. le Life Guards con tuniche rosse ed elmi con la cresta bianca, e
  4. le Blues and Royals, con tuniche blu ed elmi con la cresta rossa.

Tutti i reggimenti hanno come vertice gerarchico il Re e hanno il compito di difendere la Royal Family.

In particolare, la parte del reggimento di cavalleria che si occupa del cerimoniale ( 5. il Cavalry Mounted Regiment) partecipa al rituale passando davanti a Buckingham Palace mentre avviene il cambio delle guardie per maggior sicurezza del sovrano quando è presente nel Palazzo, e la bandiera nazionale ( il “Royal Standard”) sventola sul tetto: in quel caso le guardie a presidio dell’ingresso sono quattro invece di due.

Cambi di guardia meno noti

Meno note ma altrettanto importanti sono i cambi di guardia alla Torre di Londra, al Castello di Windsor e alla Horse Guard Parade a Whitehall, la caserma dove è di stanza la cavalleria: in quest’ultimo caso, si può assistere anche al rito pomeridiano dell’ispezione giornaliera.

Esso consiste in un meticoloso controllo dei cavalieri e del loro equipaggiamento: tradizione vuole che la Regina Vittoria un giorno si trovasse a Whitehall e vide i soldati in atteggiamenti poco consoni al loro rango, alcuni dismessi e altri reduci da abbondanti bevute: per punizione stabilì che da allora ogni giorno venisse eseguita una severa ispezione, per un periodo di cento anni. Ormai il secolo è trascorso ma il rito continua.

Capita , anche se con meno “trasporto”, che sui mercati azionari quei titoli e settori che hanno trainato i rialzi in un periodo di tempo lascino il testimone a diversi asset, un “cambio della guardia” che a differenza di quello britannico non segue schemi e tempistiche scandite, ma si manifesta in modo spesso imprevisto, passando dal furore degli acquisti alle vendite generalizzate.

Una famosa banca d’affari statunitense ha di recente pubblicato uno studio sulle operazioni compiute dagli Hedge Funds in giugno, che dimostrerebbe, derivandolo dal dato delle loro vendite nette di dollari, come i loro gestori abbiano venduto a piene mani alcuni titoli tecnologici che avevano spinto il Nasdaq ( e di conseguenza gli altri listini) verso continui record.

Al di là del fattore stagionale, richiamato dal motto “sell in May and go away”, in realtà la novità consiste nel fatto che gli indici sono comunque saliti, ma con il contributo delle “sette stelle” (di cui registriamo ogni settimana l’andamento) in senso negativo nelle seguenti settimane; allora ci chiediamo se si tratti di una salutare rotazione settoriale o la nuova tendenza possa preludere a qualcosa di più duraturo e meno pronubo verso ulteriori record; o se la verità è altrove.

Intendiamoci, parliamo sempre di performance molto positive nei primi sei mesi dell’anno, ma cominciamo a “perdere qualche pezzo” per strada, come da seguente tabella:

tabella

L’indice Nasdaq è sotto i massimi di circa l’1%, ma comunque in rialzo da inizio anno di oltre il 18% (vedi più in basso).

Guardando ad un altro parametro, cioè al rapporto tra quei titoli le cui quotazioni sono superiori alla media di lungo periodo (200 giorni) e quelli che sono superiori alla media a 50 giorni, la sua evoluzione negli ultimi mesi è stata la seguente (SMA sta per Simple Moving Average, media mobile semplice) :

grafico

Stanno diminuendo le azioni il cui prezzo è superiore alla media di lungo periodo (linea blu), la stessa tendenza si nota nella linea rossa (quei titoli superiori alla media a 50 giorni): ma il fatto che rispetto a tre mesi fa la linea verde, che è scalata a destra ed è pari alla differenza tra le prime due, sia oggi più bassa, significa che alcune quotazioni sono ancora sopra la media lunga, ma hanno iniziato a scendere sotto quella più breve, sintomo di un minore slancio degli operatori.

Venendo infine all’ultima seduta del semestre, quella dello scorso venerdì 28, si poteva pensare ad un po’ di quell’azione di “window dressing” tipica dei fine periodo (anno, semestre, mese) che talvolta gli operatori mettono in cantiere per arrotondare le performance : in effetti c’è stato un brusco aumento dei volumi scambiati rispetto ai giorni precedenti:

volume

Ma all’aumento dei quantitativi non è corrisposto un aumento dei prezzi: il Nasdaq ha chiuso venerdì a -0,71% , l’S&P500 a -0,41% mentre il Dow Industrial ha terminato a -0,12%.

Tutto quanto precede potrebbe far pensare effettivamente ad un sentiment meno favorevole al rischio, ma non è proprio così.

Innanzitutto anche in giugno la performance migliore è venuta dal Nasdaq:

E in maggio cosa era successo? Vediamo:

elenco2

Stessa situazione: Nasdaq ancora migliore tra gli indici.

E allora come fa a dire la banca d’affari che gli hedge fund avevano venduto?

Magari hanno venduto solo alcuni titoli, tipo Nvidia per intenderci: e comunque se ricordiamo il grafico di prima con le medie mobili, in realtà la situazione sembra più negativa se riferita ad aprile piuttosto che ai due mesi successivi.

O magari… le vendite vere ci sono state in aprile, poi alcuni grossi fondi hedge si sono messi short sui titoli aspettandosi un calo che invece non c’è stato.

E allora, chiedendo venia a chi di dovere (molto più in alto, per chi ci crede) perché come diceva quel famoso politico italiano stiamo per commettere peccato, dobbiamo pensare male: non è che la banca d’affari, magari finanziatrice di quegli hedge fund, cerca di gettare cattiva luce su alcuni settori perché i suoi clienti sono andati short e quindi serve loro uno storno del mercato? Fantafinanza? Forse, ma in oltre 30 anni di mercati abbiamo visto anche di molto peggio.

Cerchiamo allora una chiave di lettura restando sul piano puramente statistico

Guardiamo al rapporto tra l’andamento del più famoso e scambiato ETF sui titoli “growth” (che comprendono molti tecnologici) con quello che invece investe su titoli più difensivi , della categoria “value”:

grafico

Possiamo notare che ci sono state tre fasi rialziste a partire da ottobre 2023 del più speculativo (linea blu) intervallate da due momentanei storni, intervenuti a gennaio ed aprile, con una cadenza più o meno trimestrale.

Se la tendenza dovesse ripetersi con la stessa regolarità, possiamo aspettarci uno storno tra luglio ed inizio agosto dei settori più volatili: e se il momento corrisponderà alle trimestrali delle aziende Usa, che magari saranno meno positive delle attese perché provenienti da crescite precedenti a doppia cifra, quello potrebbe essere un motivo valido per una correzione: ma se questa sarà come le precedenti, non interromperà il ciclo rialzista che conta ormai su basi strutturali solide, cioè le nuove tecnologie: un cambiamento globale che in passato aveva visto ugualmente picchi di entusiasmo e correzioni anche violente tipo la bolla Internet di inizio 2000, tanto per restare nel millennio attuale.

Per citare un solo indicatore, il rapporto prezzo/utili delle azioni parametrato ai rendimenti dei titoli obbligazionari, calcolo che ha come risultato  quell ’”excess return” delle azioni rispetto alle obbligazioni, è vicino al dato dei primi anni 2000.

In quell’epoca il Nasdaq perse dal picco massimo il 70% del suo valore in due anni e mezzo , poi ce ne vollero 12 per tornare sui precedenti massimi, a fine 2014; da allora è quasi quadruplicato.

Insomma, come direbbe un anglosassone, “it’s the same old story”:

la storia si ripete, è una questione di tempi, che devono essere coerenti con i propri obiettivi e con una giusta dose di pazienza.

Comunque il prossimo mese di luglio sarà importante perché se uno storno si materializzerà, si valuterà il da farsi nel quadro del concetto di rischio che valutiamo più adatto alle nostre esigenze, considerando anche che oggi l’alternativa ai settori di rischio non è più uno zero-virgola di rendimento come nel passato decennio: alternativa che un valido supporto consulenziale aiuterà, se del caso, a selezionare con cura ed attenzione.

Passiamo alla consueta analisi dei principali mercati.

Andamento dei principali indici e mercati e commento

tabella

Oltre a quanto già detto diffusamente nella parte iniziale di questo report sugli Usa, venendo all’Europa i dubbi sulla evoluzione della situazione politica in Francia sono tornati a condizionare i listini: l’indice Eurostoxx50 che comprende i titoli più capitalizzati chiude la settimana a -0,27%, meglio del più ampio Stoxx600; indice di un minor favore verso le Midcap (Media capitalizzazione), che conferma l’incertezza degli operatori verso il vecchio Continente: le Large Cap infatti in genere performano meglio in queste fasi.

Diversa la situazione oltreoceano, dove l’indice Russell 2000 che verte sulle Small Cap è invece meglio posizionato (+1,27% il gain settimanale), visti i dati macro già usciti e quelli attesi per i prossimi giorni per i quali si auspica un mercato del lavoro meno “hot” e che quindi possa preludere ad una politica monetaria più permissiva da parte della FED.

Ricordiamo che un costo del denaro più basso favorisce le società di bassa capitalizzazione.

A livello settoriale il comparto Energy continua ad essere tra i preferiti grazie all’andamento dei prezzi del Petrolio: così come quello delle Telecomunicazioni, che giustifica la sua atrattività per via dell’enorme massa di dati che l’Intelligenza Artificale deve poter trasferire con le reti, che quindi vedranno aumentare i volumi e di conseguenza gli introiti per i provider.

Il comparto tecnologico resta più o meno invariato sia in Europa che negli Usa, dove lo storno di alcuni titoli è stato compensato in parte dalla sostanziale tenuta complessiva del settore. Geograficamente parlando, l’indice Nikkei della borsa di Tokyo ha segnato un +2,56% ma per gli investitori esteri la metà della performance è stata erosa dall’indebolimento dello Yen; negativa invece quella di Hong Kong, -1,72% il dato settimanale.

Prese di profitto hanno condizionato l’andamento dei rendimenti obbligazionari statunitensi, anche se siamo rimasti sotto quel 4,40% che finora ha separato le dinamiche più positive dagli storni dei relativi prezzi: il comparto degli emittenti con rating medio-basso e basso ha performato meglio chiudendo l’ottava con ribassi inferiori al mezzo punto percentuale. Invariata la curva dei rendimenti dei titoli governativi (Bund tedeschi) in Euro, mentre i Treasury hanno visto più stabile la parte a brevissimo e breve termine:

grafico bond

Sul mercato dei cambi il Dollaro è rimasto in posizione di attesa a cavallo di quell’1,07 contro Euro che sta facendo da pivot tra fasi alterne; l’Euro ha chiuso una settimana di recupero sulle altre controparti, tra le quali segnaliamo il Franco Svizzero (-1,02%) e le “nordiche” (Corona Svedese -1,02%, quella Norvegese a -1,14%). Più stabile la Sterlina, che peraltro ha visto il cross con lo Yen superare quota 203: e contro Dollaro la divisa nipponica ha valicato il precedente livello che aveva provocato l’intervento della Bank of Japan a sostegno della valuta. Vedremo se la sostituzione del responsabile governativo sull’andamento della divisa, operata in settimana dal Ministro delle Finanze in modo inatteso, avrà influenza sui prossimi sviluppi.

Quanto alle Commodities, la settimana ha confermato i trend dei giorni precedenti:

Petrolio sempre positivo, Gas Naturale in lieve correzione, e soprattutto le agricole ancora deboli, anche se il Grano ha provato un recupero che lo ha momentaneamente allontanato dai minimi: più convincente la ripresa dello Zucchero. I metalli industriali restano ancora in zona negativa, mentre l’Oro e l’Argento hanno chiuso la settimana praticamente invariati: il metallo Giallo ha solo sfiorato quota 2300 , importante supporto operativo, confermando in chiusura il prezzo di sette giorni prima.

La prossima settimana è la prima del mese solare e come da tradizione saranno i dati sull’occupazione statunitense a catalizzare l’attenzione dei mercati, ma sicuramente degno di nota sarà martedì 2 luglio l’andamento dell’inflazione in Europa, chiamato a dettare i tempi delle politiche monetarie della BCE: i settori industriali hanno beneficiato di una voce costi più bassa grazie al calo di alcune materie prime, ma sarà quello dei servizi, a maggiore intesnità di lavoro, a dover concedere spazio ad un calo più generalizzato dei listini finali.

Concludiamo con il nostro consueto indicatore, che si è mantenuto in territorio positivo , anzi incrementando i livelli di sette giorni fa: ricordiamo che numeri pari o superiori a 75, se da un lato confermano la positività del sentiment di fondo degli operatori, dall’altro possono preludere a movimenti correttivi, rappresentando una possibile fase di “ipercomprato”.

batteria


ATTENZIONE

einstein in versione fumetto che dice che il contenuto non è stato prodotto con ausilio di AI


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30 Giugno 2024