Uno stile tutto italiano

Nella survey redatta da Consob ad ottobre 2022 “Rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane”, vengono analizzate le conoscenze, le attitudini e i comportamenti di un campione di investitori italiani.

Dalla relazione si evidenziano diverse criticità, di cui riportiamo solamente alcune che riteniamo maggiormente degne di nota (per completezza qui il link per scaricarsi l’intera ricerca).

  • Il terzo fattore di complessità nella gestione delle finanze personali indicato dai partecipanti all’indagine è la bassa cultura finanziaria. Sebbene in lieve crescita, le conoscenze finanziarie non sono ancora sufficientemente diffuse né rispetto ai concetti di base (ad esempio, la nozione di diversificazione degli investimenti è compresa solo dal 50% degli intervistati), né rispetto agli strumenti finanziari (la quota di risposte corrette a domande su conto corrente, azioni, obbligazioni e fondi comuni di investimento rimane al di sotto del 60%), né rispetto alle dimensioni del rischio finanziario (in particolare, la percentuale di intervistati che ha familiarità con le nozioni di rischio di credito, di mercato e di liquidità oscilla tra il (20% e il 49%).
  • Gli investitori sembrano comunque sempre più consapevoli della necessità di innalzare le proprie competenze, visto che nel 66% dei casi (+10 punti percentuali rispetto al 2021) si dichiarano disposti ad approfondire temi utili per le scelte finanziarie più importanti.
  • È diminuita infatti la percentuale di intervistati che pianificano e definiscono un bilancio familiare (12% dei casi a fronte del 16% nell’anno precedente).
  • Peggiora lievemente anche l’attitudine complessiva all’investimento, misurata da un indicatore sintetico, che nel 2022 assume un valore inferiore a 5 (su una scala da 0 a 10) e che riflette le conoscenze finanziarie di base, le conoscenze digitali e l’adozione di abitudini di investimento diverse dalla ‘consulenza informale’ (ossia dall’affidamento a parenti, amici e colleghi). Tale peggioramento è legato alla diminuzione delle conoscenze digitali e all’aumento del ricorso alla consulenza informale, entrambi riferibili agli investitori con minore esperienza di investimento.
  • Il 68% degli investitori è comunque conscio dell’obbligo del professionista di tener conto delle caratteristiche del cliente prima di fornire un consiglio di investimento, anche se più di due terzi del campione non ha mai sentito parlare o dichiara di non aver compreso l’espressione ‘valutazione di adeguatezza’.

Riflettiamo su questi dati

Abbiamo estrapolato solamente alcune delle carenze e delle necessità che il risparmiatore italiano dichiara di avere nella gestione del proprio patrimonio.

Lo abbiamo fatto con l’intenzione di evidenziare quello che, secondo noi, è la principale causa di questa arretratezza ed inefficienza del nostro sistema ossia, la modalità con la quale vengono remunerati gli intermediari e le loro reti distributive.

Si tratta di un meccanismo che di fatto, operando con il metodo delle retrocessioni delle commissioni pagate dal sottoscrittore, condiziona significativamente il servizio di consulenza, facendo divergere gli interessi dell’intermediario da quello del cliente.

Un esempio leggendo questo grafico:

grafico

 

In Italia deteniamo il costo più alto per il risparmiatore che sottoscrive Fondi azionari (lo siamo anche in molte altre tipologie di prodotti).

Nei paesi come U.K. e Olanda, dove da qualche anno è stato vietato il meccanismo delle retrocessioni (la retrocessione prevede un accordo tra chi costruisce il prodotto, chi lo distribuisce e chi lo propone. La remunerazione avviene sulla base di quanto il cliente paga sottoscrivendo e mantenendo quel prodotto in portafoglio. E’ palese che l’interesse dell’intermediario va nella direzione esattamente opposta a quella del cliente, orientando le sue scelte verso quei prodotti nei quali il costo complessivo, è assai più sostanzioso), i costi dei prodotti, guarda caso, sono tra i più bassi al mondo.

Più costo vuol dire migliore qualità?

In un altro contesto merceologico si potrebbe asserire che nonostante ci siano dei costi maggiori, la qualità del prodotto e/o del servizio è più elevata.

Purtroppo qui non è così, ma quasi sempre si rileva il contrario (a prodotti costosi corrisponde un giudizio di efficienza pessimo).

Ricerche come questa di Consob, analisi come quelle di Morningstar o di altri importanti istituzioni non fanno altro che ribadire, anno dopo anno, l’arretratezza del risparmiatore o della famiglia italiana, rispetto al resto del mondo civilizzato.

Questa situazione, se per noi consulenti, indipendenti da questi meccanismi, da una parte favorisce e stimola costantemente la nostra missione di rendere un servizio di consulenza che principalmente educhi ed informi il risparmiatore su quali siano le scelte più efficienti per i suoi piani, dall’altra, suscita sdegno quando leggiamo le ragioni con le quali, lo stesso sistema che ha determinato questa arretratezza della realtà del risparmiatore italiano, giustifica e difende con forza, la prospettiva che possano venir abolite per legge, le retrocessioni delle commissioni.

Qualche giorno addietro, ne Il Sole 24 Ore si leggeva questo articolo:

estratto articolo del sole 24 ore

L’intero ecosistema, allarmato per la paura di non vedersi più riconoscere il meccanismo che prevede la retrocessione delle commissioni, con quali motivazioni lo giustifica e lo protegge?

  • L’eliminazione delle retrocessioni avrebbe contraccolpi per i risparmiatori
  • Che questa modalità ha garantito una “democratizzazione” della consulenza
  • Che una scelta in tale direzione, sarebbe una forma di “paternalismo autoritario”

Il messaggio assurdo che sembra passare attraverso queste dichiarazioni è che, con la cessazione di un meccanismo che alla base vive di conflitti di interessi enormi (tutti contrari agli interessi dei risparmiatori) si arriverebbe ad un disservizio al cliente! Paradossale no?

Ma se il servizio reso da questi intermediari, in questi 40 anni, ci hanno portato a riempire il fondo di buona parte di tutte le classifiche, a quale servizio si riferiscono i rappresentanti delle varie associazioni?

Capiamo che un cambiamento così radicale ed immediato non sia accettato di buon grado, capiamo che questo sistema ha fatto brillare i bilanci di moltissime società, capiamo che in ballo ci sono reti mastodontiche con vari livelli di “manager” che gestiscono altri “manager” che a loro volta gestiscono uomini per indirizzarli sui budget, capiamo che non c’è alcun interesse a scendere dall’albero della “cuccagna”, tuttavia se si vuole accrescere la conoscenza e tutelare la ricchezza delle famiglie italiane, il passaggio è obbligato e non si può continuare a sostenere questo modello solo sulle spalle del risparmiatore.

Non vorremo constatare di trovarci di fronte all’ennesima rappresentazione del sistema Italia, dove interessi acquisiti e rendite perpetue di posizione, prevalgono sugli interessi dei cittadini, come ha dimostrato la politica di questo paese negli ultimi 30 anni.


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